Chi era Bella Mano ?

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Chi era mai costei che si levava come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere vessillifere?
Umberto Eco, Il nome della rosa

Nel cuore di Roma, in via dell’Anima, dove sorge il Palazzo De Cupis, nelle notti di luna piena, accadono cose incredibili. Un giovane forestiero in viaggio a Roma, barcollava nei pressi di Piazza Navona semiubriaco tra i vicoli. Mentre percorreva via dell’Anima inciampò e cadde proprio di fronte il Palazzo De Cupis, addormentandosi in strada. Dopo un ora rinvenne dal sonno e si guardava intorno frastornato. Quando levò gli occhi all’insù dietro al vetro di una finestra del palazzo di fronte vide il riflesso di una bianca e perlacea mano ed un momento dopo apparve il viso di una giovane e bellissima donna. Il forestiero turbato e rapito da tanta bellezza, il giorno seguente, quando la sbornia era ormai svanita, ritornò in quel luogo nel tentativo di rivedere la donna. Rimase a lungo in strada mirando le finestre ma non scorse nulla. Uno degli abitanti del palazzo incuriosito dalla presenza perdurante del giovane si avvicinò per chiedergli cosa stesse cercando e quando egli gli spiegò l’accaduto sospirò esclamando “Ah, la povera Costanza”.

***

Costanza, era una giovane e bellissima donna appartenente alla nobile famiglia dei Conti. A tal punto famosa per le sue perfette mani, cantate dagli artisti dell’epoca, che le fu chiesto di farne riprodurre la forma in un calco di gesso da tal “Bastiano alli Serpenti”. Il calco della mano di Costanza de Cupis, magistralmente eseguito, fu esposto nella bottega dell’artista, protetto da una teca di vetro e adagiato su un piccolo cuscino di velluto. Per la sua bellezza, la mano divenne subito meta di un vero e proprio pellegrinaggio di curiosi e di visitatori ammirati. Sembra che uno di questi, un frate di San Pietro in Vincoli, dopo averla vista esclamasse che per la sua bellezza la mano, correva il rischio d’esser tagliata, se fosse appartenuta ad una persona viva. L’esclamazione giunse alle orecchie di Costanza, che da quel giorno si ridusse a vivere nel terrore di oscuri presentimenti e forse anche dal timore d’esser punita per aver ceduto alle lusinghe della vanità. Tempo dopo, mentre la giovane donna era intenta al ricamo, si punse profondamente un dito: la ferita di lì a poco s’infettò e la mano, ormai gonfia e deformata dovette esserle amputata. Né ciò bastò a salvarle la vita. La storia divenne presto leggenda e l’immaginario popolare romano vuole che anche oggi, a distanza di secoli, nelle notti di luna piena, il riflesso di quella mano che fu causa di tanta sventura appaia sul vetro di una finestra del palazzo.